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La nana

Carlotta Maria era una nana che si sentiva gigante.

Non si trattava di semplice ostentazione, la donna piccola era assolutamente convinta di essere grande, in tutto ciò che faceva o diceva -e non c'era differenza!-, in tutto ciò che nasceva dalle sue mani, laboriose come quelle di una formica.

Non ci voleva molto ad accorgersi della sua presunzione d’altezza. Bastava, ad un occhio solo un pò meno distratto, osservare con attenzione gli anelli troppo larghi per le sue dita troppo corte, i ciondoli troppo vistosi che pendevano dalle catene a maglie troppo doppie attorcigliate al collo troppo tozzo, moderni totem al suo Superego, troppo sviluppato per un cervello così piccolo ...

Le gonne troppo lunghe coprivano gambotte tarchiate che, lei credeva, davano slancio ad un corpo in eterna fase di crescita.

Per farsi distinguere e poter dettare legge dal basso del suo supponente presenzialismo, la piccola Carlotta Maria era disposta a salire su qualunque cosa le capitasse sotto lo sguardo abituato a scrutare in terra- per lei era più agevole che sollevare gli occhi al cielo...-. Montagne, collinette, dune di sabbia, scogli, scale a pioli, pedane di circo, tacchi a spillo o colleghi di lavoro, tutto andava bene per quel millimetrico vantaggio che le desse altezza o spessore. Qual è, d'altronde, il vero senso della vita?

I suoi discorsi, scritti con grafia orgogliosamente illeggibile, o pronunciati con voce, almeno quella, sopra le righe, rimbombavano come proclami di vita o di morte, degli altri, s’intende, o almeno di quelli che avevano lo stomaco di seguirli fino alla fine e che scoprivano, con affanno e delusione, di aver dato retta a "non parlare al conducente nei corridoi", "non calpestare le aiuole quando c'è il sole", " ricordarsi di guardare la TV". Ma di questi moniti Carlotta Maria andava fiera, si gonfiava e si sollevava nella pretesa di salvare, ad ogni sua parola, un pezzo dell'universo.

Nei colloqui dava sempre del voi, non per cortesia: alla sua personalità bisognosa d’altezze un solo interlocutore non poteva bastare, ogni discorso era un proclama rivolto a folle oceaniche. Quindi, anche alla richiesta dell'ora esatta, era pronta ad ingrossare le gote rospigne per sbottare in " Ma voi dovete capire...come io del resto ho sempre detto...voi non sapete, voi non potete, voi...chi siete?" sbilanciando il malcapitato richiedente e mortificando la sua provvisoria mancanza d’orologio.

Le sue esperienze di vita risultavano ai suoi occhi, e quindi a quelli del mondo intero, specialistiche e fondamentali. Avendo accudito per tre giorni in ospedale -tra l'altro in corsia, non in camera singola- un'anziana cugina affetta da unghia incarnita, raccontava di aver quasi conseguito una laurea in Medicina e Chirurgia; da quando avevano installato in casa sua, un appartamento all'ultimo piano nella traversa della via più importante della città, un nuovo citofono, proclamava ai quattro venti d’avere discrete doti musicali; la rottura di una corda vocale, causata dalla pronuncia decisa del suo nome in una delle tante occasioni mondane da lei frequentate (l'inaugurazione di una fontanina zampillante ai giardinetti dietro allo stadio), aveva troncato, nella sua immaginazione sviluppata, una brillante carriera di soprano...

Le opinioni degli altri divenivano le sue, le parole degli altri erano pronunciate con maggiore proprietà dalla sua voce, gli sguardi degli altri erano da lei captati con prontezza e indirizzati secondo i suoi fini, persino i pensieri degli altri, mentre stavano per essere espressi, si trasformavano in "Come io ho sempre ritenuto, del resto..."

Un giorno la nostra Carlotta Maria inciampò in un gigantesco blabla fuoriuscito dalla sua stessa bocca e cadde in una pozzanghera sporca. Mentre si dibatteva nel fango, colpendo coi piedi il suolo e masticando con i denti parole e melma, pensava che solo ad una persona della sua levatura poteva toccare in sorte di sprofondare in una voragine tanto vasta, e senza battere ciglio... gli occhi le si erano incollati.

Nessuno si accorse di lei, stesa nell'acqua putrida, e così finì la vicenda terrena della piccola che si credeva mastodontica, dell'apprendista che si stimava maestra, della bidella che si autoproclamava preside.

Eppure molti ne piansero la scomparsa, tanti ancora la cercano, compiendo l’errore di guardare in alto e non ai loro piedi…

E il mondo, si sa, ha bisogno di giganti, e di nani.

(Tiziana)


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