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                                    Il palloncino impertinente

                             

Legato al carretto dell'ambulante un bel mazzo di palloni colorati si muoveva nell'aria attirando l'attenzione dei bambini. In mezzo ce n'era uno speciale: giallo e gonfio più degli altri sembrava ballare al suono delle musichette che provenivano dalle giostre vicine, al più piccolo soffio di vento balzava in alto quasi a prendere il volo. E in effetti mal sopportava il palloncino di essere legato, costretto solo agli spostamenti del venditore ambulante e soprattutto di avere per compagni altri palloncini tranquilli, contenti di ciò che avevano, senza aspirazioni, tutt'al più di osservare i compratori e magari di tirare ad indovinare il loro. Il palloncino giallo invece sognava grandi cose: voleva andarsene, non importa dove, ma lontano. "Io posso volare" diceva, "perché dunque starmene quaggiù tra questa confusione, questa folla disordinata? Ah! poter dominare tutto dall'alto, anche quei grattacieli mastodontici e superbi che ti guardano con sussiego, viaggiare, vedere cose nuove!". Il sogno ad occhi aperti era bellissimo e pieno di lusinghe e faceva disdegnare al palloncino quei bimbetti che si avvicinavano al carretto ansiosi di fare la loro scelta. Ma venne anche il suo turno: un ragazzino lo colse dal mazzo e se lo fece legare ben bene al polso per non perderlo. "Almeno vedrò qualche cosa di nuovo" si disse il palloncino con disappunto "e potrò sempre trovare il momento propizio per fuggire lontano". Non sembrava comunque possibile: il bambino lo custodiva gelosamente e badava bene di tenerlo legato.

Quante corse tra gli alberi e quanti strattoni al povero palloncino che spesso non vedeva in tempo i rami e ci si trovava impigliato, e le reti o i cancelli poi, con quelle punte aguzze: erano altrettanti pericoli. Il palloncino si sfogava contro il bambino che pensava solo a giocare: lo tirava in basso, si divertiva a vederlo risalire e poi, via ancora di corsa. "Riuscirò pure a slegarmi" pensava il palloncino, ma non c'era niente da fare, doveva seguire i capricci del padroncino. Solo la sera, quando fu portato in casa, si vide inaspettatamente libero, ma un improvviso colpo lo fece subito ricredere: poteva solo urtare contro il soffitto e il bambino lo tirava sul pavimento, poi lo guardava risalire facendolo rimbalzare più volte, cambiando la sua velocità a forza di spinte e strappi, una vera tortura; ma il palloncino non si perse d'animo. Ad un certo punto vide la finestra aperta e pensò che forse avrebbe potuto approfittare dell'occasione. Tra una spinta e un colpo d'aria, infatti, riuscì ad infilare l'apertura e in mezzo alle grida del fanciullo che perdeva il suo divertimento, si trovò questa volta davvero libero. Ondeggiò a mezz'aria, si guardò intorno, prese una folata di fresco venticello e cominciò a salire. La sua felicità fu in quell'istante completa: cominciava l'avventura che aveva tante volte sognata e voleva viverla intensamente.

       La città sotto i suoi occhi cambiava rapidamente proporzioni: tutto diventava piccolo e grazioso come un bel gioco con le luci colorate e le auto in corsa. Il sole del tramonto lasciava un ultimo chiarore su quel paesaggio in continuo mutamento e le prime stelle tremavano nell'immensità. Il palloncino ebbe un attimo di sgomento nel vedere così lontano il suo mondo abituale, nel sentirsi così solo nell'aria, ma pensò che anche questo era parte dell'avventura, che la notte sarebbe presto finita e il nuovo giorno gli avrebbe portato tante scoperte. Ma la notte fu più lunga del previsto e tanto buia per quelle brutte nuvole che avevano ricoperto il cielo; il palloncino non capiva dove andava e chi lo poteva sfiorare nel buio -insetti, uccelli forse?-; l'umidità lo aveva ricoperto di fitte goccioline che lo appesantivano ed egli non si sentiva affatto entusiasta.

Con il giungere dell'aurora tornò il coraggio: il sole gli avrebbe asciugato la pelle e gli avrebbe mostrato il percorso. Il palloncino si accorse di non essere più sulla città: ora volava sopra campi e boschi in prossimità di alcune colline, ma non saliva più, anzi i suoi spostamenti si andavano facendo lenti e pesanti. "Poco male" pensò "così mi godo meglio il panorama e chissà di incontrare qualcuno". Ma lassù passavano solo aereoplani e molto più alti di lui e velocissimi; le rondini lo lasciavano andare senza degnarlo di uno sguardo; l'arrivo di un elicottero poco mancò che lo travolgesse. "Non importa" disse il palloncino "sto bene anche da solo e vedo tante belle cose". Ben presto sentì che il sole, ora ben alto nel cielo, gli bruciava la superficie che tendeva ad allentarsi e fu l'inizio della discesa, lenta ma costante. Il vento inoltre lo sospingeva verso la città senza che egli potesse opporre la minima resistenza, anzi si sentiva sempre più vuoto e debole. "Ahimé" pensò il palloncino "è durato poco il mio volo, dove andrò a finire?". Ecco sotto di lui le prime case, la gente alle solite occupazioni, il traffico; ecco là le giostre e i suoi compagni legati tranquilli al carretto dell'ambulante in attesa dei compratori. Improvvisamente il palloncino si sentì catturare: il filo nella corsa si era impigliato in un'antenna sopra un grattacielo. Egli cercò di approfittare di un tenue venticello per disincagliarsi, ma ad ogni tentativo il legame si faceva più stretto e le sue possibilità di movimento diminuivano. Intanto avvertiva che le forze si affievolivano, si stava pian piano sgonfiando infatti e non riusciva più nemmeno a guardare verso l'alto. Si sentì scendere lungo l'antenna finché non rimase inerte e floscio. I suoi compagni giù nella piazza ascoltavano la musica delle giostre e giocavano con i bambini. "Ben mi sta" si disse il palloncino in un ultimo soffio. "Ho voluto da solo cercare chissà che cosa ed ora mi spengo qui senza nessuno...".

Un operaio il giorno dopo lo trovò e liberò l'antenna da quell'intruso. Stava già per gettare il palloncino nell'immondizia all'angolo della strada, quando pensò: "Forse ci si può ancora giocare" e se lo ficcò in tasca. Quella sera, quando il suo bambino gli corse incontro al rientro in casa, gli mostrò il palloncino vuoto, senza vita: "Che ne dici? proviamo a gonfiarlo?". E così per il palloncino cominciò una nuova esperienza, non più tra le nuvole, non più in solitudine, ma sulla terra e in buona compagnia.   (G.G.)