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Spia

Tutto era stato molto semplice e non aveva richiesto neppure troppo tempo: solo un paio di mesi.

Si era infiltrato in quel remoto pianeta e ne aveva studiato la vita e la società, immergendovisi completamente. Aveva vissuto insieme a loro. Aveva lavorato insieme a loro.

Nessuno si era accorto che il suo aspetto era molto diverso, il travestimento era perfetto.

La sua missione era molto chiara e, prima della partenza, gli sembrava anche molto difficile. Rise divertito. Era stata la più semplice che avesse mai compiuto. Ed ora lo aspettava una bella ricompensa. Il governo pagava sempre molto bene. Per quello lavorava per loro. Non certo per i princìpi.

Stava viaggiando nell’oscurità dello spazio dentro la sua piccola astronave. Il viaggio sarebbe durato ancora molto, così avrebbe avuto tutto il tempo per rivedere il materiale raccolto e per preparare una relazione dettagliata.

Dopo aver studiato la struttura sociale di quella gente, tutto gli era apparso chiaro. Ogni singola mossa che avrebbe dovuto compiere, ogni obiettivo intermedio che avrebbe dovuto raggiungere. Ci volevano molta pazienza e molta calma, ma quelle erano doti che non gli mancavano. Inoltre, su quel mondo, il giorno e la notte si alternavano così velocemente, rispetto alla normalità, che non aveva dovuto attendere a lungo tra una mossa e la successiva.

Era veramente stato tutto troppo facile.

Con le avanzate conoscenze tecniche del suo popolo aveva potuto facilmente raggiungere una notevole capacità finanziaria e un discreto potere. Ma quello era solo l’inizio.

Una volta raggiunta la posizione sociale più utile per la sua missione, aveva raccolto tutte le informazioni di cui necessitava. Ora conosceva tutti i loro sistemi di difesa, tutti i punti deboli di quei corpi resistenti, la struttura interna del pianeta, la flora, la fauna… Insomma, proprio tutto quello di cui avevano bisogno.

Presto non ci sarebbe stato scampo per quei ridicoli esseri bipedi.

Un po’ gli dispiaceva. A parte le grandi diversità tra lui e quell’assurda razza, non si era trovato male in mezzo a loro. Ma un professionista come lui non si faceva certo condizionare da cose di quel genere.

Sorrise.

Si immaginò la perplessità e la preoccupazione che stava sollevando la sua scomparsa. Avrebbe potuto simulare la sua morte, certo, ma preferiva fare sempre così in ogni pianeta su cui si recava in missione.

Si divertiva al pensiero che quelle creature si sarebbero affannate per cercare di dare una spiegazione ai fatti, e per trovarne addirittura il motivo.

Quanto tempo perso. Non lo avrebbero mai scoperto.

 

Jack Bos, capo del servizio di sicurezza migliore del mondo, non sapeva darsi pace. Tutto quello che era accaduto era impossibile.

Assolutamente impossibile.

La stanza era chiusa dall’interno. A pattugliare tutti i corridoi c’erano i suoi migliori uomini. Le finestre erano ben sorvegliate e si trovavano al trentesimo piano. Uscire da quella parte sarebbe stato un suicidio.

Non riusciva a darsi pace.

Apparentemente non c’era nessuna spiegazione logica degli eventi. Nessuno era entrato, nessuno uscito. Eppure ora la stanza era vuota.

La testa gli doleva nel cercar di pensare tutte le possibilità. Era lui il responsabile, e non riusciva a dare un senso ai fatti. Non c’era nessun indizio, nessun segno.

La cosa più terribile, comunque, era cercare di capire il motivo per cui sarebbe dovuto scappare dalla sua stanza d’albergo.

In fin dei conti era il Presidente degli Stati Uniti d’America.

(Michael Hundred - michael.hundred AT gmail.com)


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