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Il racconto di Elisa

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Tutto è cominciato quando mio padre mi ha consegnato le chiavi di casa.
Mi diede in mano il mazzo delle chiavi di quell’appartamento dentro al quale avevo abitato con loro per ventiquattro anni; io mia madre, mio fratello e lui avevamo litigato, riso e pianto fra quelle quattro mura.
Loro andavano ad abitare nella casa di un vecchio zio che, morendo, aveva lasciato il suo grosso attico a mio padre, l’unico che lo aveva assistito nei suoi ultimi anni di vita, l’unico che ogni anno si impegnava a fargli la dichiarazione dei redditi, a pagargli le bollette ad ogni scadenza ed a ritirargli i soldi dalla banca.
Questo suo lascito, venuto a galla solo dopo la lettura del testamento aveva creato forti tensioni in famiglia, ma eravamo riusciti a calmare la situazione e, dopo circa due anni, i miei genitori erano riusciti a ristrutturare ed arredare la casa secondo le loro necessità. Quando avevano cominciato a parlare di trasloco, avevo provato una strana sensazione, quella che provo ancora oggi quando si parla di cambiamenti.
Per me anche cambiare la carta da parati diventa una questione affettiva, mi sembra quasi di tradire una parte di me.
Mi ricordo perfettamente quando mia madre decise di rinnovare l’arredamento del salotto: comprò dei mobili antichi al posto di quelli moderni che c’erano sempre stati da quando ero nata, ci volle molto tempo prima che riuscissi ad abituarmi a quella novità; consideravo i mobili vecchi come degli esseri viventi con i quali ero cresciuta e non volevo separarmi da loro, ma ero riuscita a superare il trauma, dopo un po’ i miei occhi si erano adattati alla nuova mobilia.
"Che fine avrebbe fatto il nostro appartamento?", mi chiedevo.
Per me era stata una notizia sensazionale sapere che l’intenzione dei miei genitori era quella di lasciarmi l’appartamento, per concedermi un po’ di libertà e autonomia.
Erano ormai due anni che lavoravo, mi potevo permettere una casa tutta mia e potevo cominciare a vivere una vita che apparteneva solo a me.

Il giorno della partenza dei miei era lunedì.
Mia madre raccolse gli ultimi pacchettini da portare alla nuova casa e mi salutò.
Probabilmente quello che avrebbe risentito di più di quel trasferimento sarebbe stato mio fratello, notai che non aveva una gran voglia di uscire dalla porta di casa, così gli proposi di venire a passare il fine settimana da me. Sembrava aspettare solo quello, così rimanemmo d’accordo che ci saremmo sentiti verso la metà della settimana.
Chiusi la porta e mi andai ad accomodare sul divano.
Quel divano era l’unica cosa che era rimasta nel salotto, il resto dei mobili era stato trasferito alla nuova casa, ma mia madre mi aveva garantito che al più presto mi avrebbe accompagnata a scegliere un nuovo mobilio.
Un altro cambiamento.
Riflettendo su questa mia paura di cambiare mi rendo conto che molte decisioni della mia vita sono state condizionate proprio da lei.
Spesso, davanti ad un bivio, piuttosto che scegliere la via di destra o quella di sinistra, mi ritrovavo a tornare indietro.
Fortunatamente per quanto riguarda il lavoro, ero riuscita a cogliere l’occasione giusta al momento giusto e non mi potevo lamentare: lavoravo come grafica illustratrice in una agenzia pubblicitaria.
Il mercoledì successivo ebbi una notizia che mi lasciò impietrita: a causa di alcuni problemi finanziari, l’agenzia pubblicitaria avrebbe chiuso i battenti di lì ad un mese.
Il mio sogno di vivere per conto mio sembrava finito praticamente prima di iniziare.
"Elisa, hai saputo cosa è successo?" mi chiese Giorgia, l’esperta di computer grafica con la quale dividevo la mia stanza d’ufficio.
Ero seduta al bar di fronte al nostro ufficio e sorseggiavo svogliatamente una Coca-Cola durante la pausa pranzo.
"So tutto..." risposi, non avevo voglia di parlare e non mi fece affatto piacere sentire la sua voce acuta che mi chiamava dall’altra parte della strada, fui addirittura scocciata quando attraversò e si venne a sedere accanto a me.
"Proprio una brutta faccenda... dovremo darci da fare per trovare un altro impiego prima di un mese." Giorgia continuava a parlarmi , ma io vedevo solo che la sua bocca sottilissima, si apriva e si chiudeva ed inoltre continuava ad attingere a piene mani dal mio piatto, le mie patatine fritte.
Chissà quali problemi poteva avere lei, che stava per sposarsi e che aveva già un’attività in proprio.
"Il tuo quasi marito ha un negozio ben avviato, se non ricordo male!" esclamai ad un tratto, ormai portata allo stremo da quella sua voce petulante.
Ma non servì a nulla, dato che, per niente turbata, cominciò a farmi un discorso sull’indipendenza femminile, sul maschilismo e sulla libertà individuale.
Fortunatamente la pausa pranzo era terminata, così ci alzammo e, dopo aver pagato ci dirigemmo verso il nostro ufficio. Quello che probabilmente sarebbe stato il nostro ufficio ancora per poco.

Arrivai a casa.
Infilai la chiave nella serratura e solo allora mi ricordai che abitavo da sola.
Solo una settimana prima mi bastava dare un mezzo giro di chiave per ritrovare mia madre intenta a leggere qualche rivista o a preparare la cena, ora invece dovevo dare quattro mandate per ritrovarmi in una casa buia.
Pensai subito di avvisare papà della triste novità, ma proprio mentre alzavo la cornetta decisi che la mia famiglia non doveva sapere nulla di ciò che stava per succedermi.
"Questa volta devo farcela da sola!" esclamai.
Passai due settimane nella disperata ricerca di un lavoro, mi sarei accontentata di fare la baby-sitter, avrei accettato anche un posto da commessa, in fondo non sarebbe stata la prima volta.
Inizialmente sembrava più che possibile riuscire a trovare un impiego, ma dopo i primi tre colloqui in alcune agenzie pubblicitarie, capii che era il caso di puntare più in basso.
Cominciai ad abituarmi all’idea di dover di nuovo fare affidamento sulle finanze di mio padre, quando conobbi Hitomi.

L’agenzia pubblicitaria era diventata un via vai di persone.
Sembrava che fossero tutti interessati all’acquisto dei locali, mai che arrivasse qualche benefattore intenzionato a "tirare su" le sorti della nostra agenzia.
Mi ritrovavo sempre più spesso al mio tavolo da disegno, a scarabocchiare qualche foglio, in attesa dell’orario di uscita.
Un giorno arrivò un gruppo di giapponesi, tutti in giacca e cravatta, tutti uguali, tutti sorridenti ed estremamente cortesi.
Tutti tranne uno: era un ragazzo, avrà avuto si e no ventisei anni; per essere giapponese era estremamente alto ed aveva le spalle molto larghe, ma i suoi lineamenti non lasciavano adito a dubbio alcuno, i suoi occhi a mandorla ed il suo naso minuto, per non parlare delle sue labbra carnose, erano più che orientali.
Sembrava non gli interessasse nulla di ciò che invece attirava i suoi colleghi.
Nulla a parte il mio tavolo da lavoro, sul quale troneggiava un foglio con disegnato un infantile coniglio.
Io ero in piedi vicino alla macchinetta del caffè, quando mi accorsi che era rimasto incantato davanti a quel disegno.
Mi avvicinai incuriosita, avevo fatto disegni migliori nella mia vita e mi stupiva quello sguardo quasi perso nel vuoto, mi accorsi che stava toccando i leggeri tratti di matita con la punta delle dita.
"Le posso essere utile?" gli chiesi scandendo le parole per farmi capire.
"Grazie, stavo solo guardando questo coniglio... è molto carino!" mi rispose in un italiano perfetto.
Rimasi stupita dalla sua pronuncia, probabilmente doveva essere arrivato in Italia molto piccolo, dato che si riusciva a sentire anche un lieve dialetto romano nella sua intonazione.
"Riesco a disegnare anche cose migliori!" commentai appoggiandomi al tavolo.
"Per quanto mi riguarda trovo che le cose essenziali, composte da pochi elementi siano le cose più belle... questo disegno è composto da poche linee ma rende perfettamente l’idea di un coniglio ed è gradevole... per me è bello possedere il dono dell’essenzialità" disse senza mai levare lo sguardo dal foglio.
"Bhe, grazie... come si chiama?..." risposi io, molto lusingata da quelle parole.
"Hitomi, mi chiamo Hitomi, molto piacere!"
"Anche lei è interessato all’acquisto di questi locali?" gli chiesi quasi senza accorgermene, mi piaceva parlare con quel tipo, anche se mi sembrava una persona estremamente enigmatica.
"Io sono qui perché devo fare da interprete a quei signori, ma credo di aver capito che non hanno bisogno di me!" commentò indicando il gruppetto di orientali incravattati che discutevano animatamente in un angolo della saletta d’aspetto.
"Quando fanno così significa che non hanno alcun interesse per i locali che stanno visitando, così per non essere scortesi restano un po’ a discutere, poi se ne vanno!" notai che mentre diceva queste cose continuava a fissare il mio disegno con estrema attenzione, come se gli stesse dicendo qualcosa.
"Lei conosce qualcuno che è disposto ad affittare una stanza per qualche tempo?" mi chiese improvvisamente.
"Cosa?... No, non credo!" risposi stupita da quello strano modo di passare da un discorso all’altro.
Hitomi mise una mano in tasca e ne tirò fuori un biglietto da visita che mi porse.
"Nel caso venisse a conoscenza di qualcuno che abbia una stanza in più, mi faccia uno squillo... non mi interessa quanto mi possa venire a costare, ne ho un estremo bisogno."
"Va bene... ma non credo di conoscere nessuno..." presi il biglietto da visita e lo misi in mezzo all’agenda che era sul tavolo, poi tornai a guardare quello strano tipo.
"Certe volte i nostri problemi sembrano così difficili da risolvere che quando ci si presenta la soluzione giusta, non la riconosciamo!" disse con aria assente continuando a toccare il foglio.
Poi si girò verso la strana comitiva di orientali e si accomiatò con un cenno del capo.
"Se ne incontra di gente strana!" dissi tra me e me, mentre tornavo a sedermi al mio posto.

Quella sera avevo deciso di rimanere in casa a guardare la televisione, ma poi mi telefonò Stefania che, in una improvvisa crisi di euforia, aveva deciso di uscire.
"Dai, ti prego, questa sera posso uscire senza problemi, i miei sono partiti... non mi va di rimanere qui da sola!" aveva talmente insistito che non riuscii a dire di no... e poi di solito ero io che insistevo per uscire, forse mi avrebbe fatto bene.
"Certo è un bel guaio!" esclamò Stefania mentre sorseggiava una birra chiara.
"Penso che ormai posso dire addio alla mia vita indipendente, non posso permettermi una casa, una macchina ed un motorino senza un lavoro!" commentai.
In quel momento mi tornò in mente lo strano tipo che avevo incontrato quella mattina in ufficio e lo raccontai a Stefania che ascoltava interessata.
Mentre le ripetevo il discorso filosofico che aveva fatto riguardo i problemi difficili e la loro soluzione cominciai a capire.
"Potrei affittargli io una stanza, così mi potrei assicurare almeno l’appartamento!" era ovvio che stavo scherzando, quel ragazzo era un estraneo ed i miei genitori non avrebbero mai approvato una cosa del genere.
"Com’è questo tipo?" mi chiese Stefania riportandomi alla realtà.
Nel raccontarle il modo come lo avevo conosciuto, avevo trascurato di dirle che non era italiano.
"E’ un giapponese!" risposi, la mia amica storse il naso, sicuramente le era apparsa davanti agli occhi la tipica immagine di un giapponese: basso, con la faccia schiacciata e i denti in fuori.
Scoppiai a ridere nel vederle quell’espressione sul viso, poi lo descrissi e Stefania cambiò subito opinione.
"Però, io la terrei presente come soluzione quella di affittargli una stanza!" disse giocherellando con il sottobicchiere di cartone che ci avevano portato assieme alla birra.
"Già, in fondo il Giappone mi piace, sono appassionata di manga, avremmo sicuramente di che parlare nelle sere di pioggia, quando ci ritroveremo in casa da soli... ma per favore, questa è la peggiore soluzione che mi sia mai capitata!" conclusi.
Eppure quella sera rientrando a casa mi convinsi che avrei potuto fare una prova.
Intanto un grosso dubbio si stava affacciando nella mia testa: come aveva fatto a capire che mi trovavo in difficoltà? Perché aveva detto quelle parole prima di salutarmi?
"Forse è un sensitivo!" pensai prima di addormentarmi.

Quando mi ritrovai a comporre il numero che era scritto su quel biglietto da visita, in me si combattevano due sentimenti contrastanti: c’era qualcosa che mi diceva che quella era la cosa giusta da fare, ma razionalmente parlando non c’era nulla di logico in ciò che stavo facendo.
Stavo telefonando ad un perfetto sconosciuto per proporgli di venire ad abitare con me... non avevo mai fatto nulla di simile.
Qualcosa nello sguardo perso di quel ragazzo, però, mi diceva che non c’era nulla di ambiguo nella sua richiesta di una stanza... e poi non l’aveva chiesto esplicitamente a me, era semplicemente alla ricerca di un posto dove vivere.
Mi rispose una donna, dalla voce capii che non si trattava di una ragazza, forse si trattava della madre, anzi ne fui certa da subito, dato che si sentiva il suo accento straniero.
Le dissi che avevo bisogno di parlare con Hitomi, ma mi comunicò che era uscito per un lavoro, così le lasciai il mio numero di telefono, con la speranza che lui si ricordasse di me.
Dopo che ebbi attaccato guardai con attenzione il biglietto da visita:

Nogami Hitomi - Via di Parione 6 - 00100 Roma - tel. 06/ 6518234.

Non mi ero soffermata ad osservarlo ed ora mi rendevo conto che stavo per affittare una stanza del mio appartamento ad una persona della quale, fino a pochi istanti prima non conoscevo neanche il cognome.
"Probabilmente ho perso qualche rotella!" borbottai, poi tornai al mio lavoro.
Improvvisamente entrò Giorgia, talmente euforica da non riuscire neanche a parlare.
"Pare che la nostra agenzia sia stata inglobata in una grossa azienda... e molto probabilmente non perderemo il nostro lavoro!" mi disse senza mai smettere di fare avanti e indietro lungo la stanza.
La notizia non mi fece né caldo, né freddo, rimasi indifferente e, piuttosto che fare domande per capire bene la situazione, cominciai ad analizzare l’abbigliamento di Giorgia che, come sempre, risultava troppo appariscente e per nulla elegante... come il suo modo di comportarsi, dopo tutto.
"Insomma, non ti importa nulla di quello che ti sto dicendo?" mi chiese Giorgia con la sua voce petulante.
"Ma certo che mi importa... me lo aveva detto il mio oroscopo che avrei avuto una grossa sorpresa nel campo lavorativo, per questo non mi stupisco!" le risposi impassibile.

Quel pomeriggio squillò il mio cellulare.
Dopo quegli ultimi sviluppi, non avrei più avuto bisogno di affittare la stanza ad Hitomi, ma non riuscii a trovare un modo per spiegarmi, così gli proposi di incontrarci quella sera per parlare.
Gli diedi appuntamento ad un ristorante cinese che frequentavo molto assiduamente e lo salutai.
Quando lo rividi mi accorsi che, nel descriverlo a Stefania, non gli avevo reso giustizia.
Era maggio inoltrato ed il clima stava diventando sempre più mite, quella in particolare sembrava una serata estiva. Hitomi indossava una felpa della Fruit of the Loom, con il cappuccio, una T-shirt nera ed un paio di jeans scoloriti. Ci sedemmo al nostro tavolo e lui si sfilò la felpa.
Se devo essere sincera non mi potei trattenere dal fare un’esclamazione compiaciuta: sotto la sua maglietta nera, risaltava in modo molto piacevole il suo fisico asciutto; non era di quei tipi palestrati, quello doveva essere un dono di natura, aveva un torace largo ed i pettorali ben proporzionati.
Sentendosi osservato mi guardò, poi scoppiò a ridere.
Ridendo, i suoi occhi diventavano due archi neri e la sua bocca carnosa era ancora più attraente.
"Cosa ho fatto, perché sta ridendo?" chiesi imbarazzata.
"Prima di tutto la smetterei con questa aria professionale, possiamo darci del tu!" mi rispose.
"Sto ridendo perché hai avuto la reazione che hanno tutte le ragazze quando rimango in t-shirt!" mi spiegò mentre giocherellava con le bacchette sul tavolo.
Mentre parlava non mi guardava in faccia, mi sembrò di cogliere un po’ di rammarico in quelle parole, ma poi cominciammo a discutere subito del motivo per il quale lo avevo chiamato.
"L’agenzia pubblicitaria sembra uscita dalla crisi che la aveva colta, così io non credo di avere più bisogno di soldi... insomma volevo affittarti una stanza della mia casa, ma ora non ho più alcuna necessità..." dissi, ma la mia aria non doveva essere delle più convinte.
"Ma ho io una grossa necessità di trovare un posto dove stare!" esclamò lui con aria grave.
Eppure sul suo biglietto da visita c’era scritto che abitava in Via di Parione, vicino a Piazza Navona, una bellissima zona e quella donna che mi aveva risposto doveva essere per forza la madre... non capivo perché avesse tutta questa necessità di trovare un alloggio.
Prima che potessi ribattere si alzò dalla sua sedia e si sporse sul tavolo, verso di me.
"Per favore... facciamo una prova!" disse con aria supplichevole.
Probabilmente fu quel modo tragicomico di supplicarmi che mi convinse, ma non riuscii a dire di no.

Domenica di quella stessa settimana si trasferì da me.
Portò con sé pochissime cose, sinceramente mi sembrò che si fosse limitato a portare lo spazzolino da denti e la cosa mi fece un po’ ridere.
Era stato deciso tutto in fretta e furia, Hitomi si era detto disponibile a pagare qualsiasi cifra, così ci eravamo accordati per quattrocentomila lire al mese.
Non avevo mai fatto nulla di simile, ma quando ero stata in Scozia avevo dormito spesso nei bed and breakfast e non mi era sembrato che affittare una stanza fosse difficile.
L’unico problema era spiegare ai miei genitori quella situazione, ma preferii rimandare la chiarificazione a data da destinarsi.

Inutile dire che la prima a mettere piede in casa per conoscere il mio coinquilino fu Stefania che, a quanto raccontò lei, si trovava a passare dalle parti di casa mia ed era salita a farmi una visita di cortesia.
Hitomi si offrì per prepararci un the, così gli feci vedere dove si trovava tutto il necessario, poi mi andai a sedere in salotto.
La stanza era ancora vuota ed al centro troneggiava solo il divano che mi aveva lasciato mia madre.
"Questa stanza sembra più grande ora che è così vuota... in un certo senso mi piace, anche se non deve essere molto pratico non avere neanche un tavolo dove appoggiare le cose!" commentò Stefania.
"La settimana prossima vado a vedere qualche negozio per comprare almeno il minimo indispensabile".
"Hai lasciato il nuovo arrivato solo in cucina?" mi chiese Stefania con aria di disappunto.
"E’ stato lui a cacciarmi via, ha detto che si deve abituare al nuovo ambiente.".
Lei sembrò non ascoltarmi, poi mi domandò sottovoce:
"Sono stati i suoi occhioni neri a convincerti?".
"Perché mi fai questa domanda?" .
"Ora che non rischi più di perdere il lavoro, non vedo quale possa essere il motivo che ti ha spinta a farlo venire a casa tua!".
"Sembrava disperatamente alla ricerca di un posto dove vivere... non mi è sembrato carino illuderlo e poi abbandonarlo!".
"Già... adesso ti metti ad affittare casa a tutti quelli che hanno bisogno!" il tono sarcastico di Stefania mi portò a riflettere su ciò che avevo fatto.
Uno sconosciuto era venuto ad abitare a casa mia senza che i miei genitori lo sapessero... avremmo passato la notte... più di una notte, sotto lo stesso tetto, senza sapere nulla l’uno dell’altra.
Per quanto ne sapevo, poteva anche trattarsi di un serial killer o di un maniaco... o peggio ancora di un terrorista in cerca di un nascondiglio.
Ma io ero certa che non si trattava di nulla di tutto ciò... probabilmente era un ragazzo stufo di vivere in casa con una madre piuttosto apprensiva.
"Di’ un po’, non sarai stata colpita dal tipico colpo di fulmine?" chiese Stefania strappandomi ai miei pensieri.
"No, non credo proprio! I colpi di fulmine non fanno parte del mio carattere!" le risposi.
Era vero, come tutte le cose impreviste, come i cambiamenti che mi spaventavano tanto, anche il colpo di fulmine non rientrava nel mio carattere.
"Il colpo di fulmine è una cosa che non ti aspetti, non puoi stabilire a priori che non rientra nel tuo modo di pensare!" mi rimproverò la mia amica.
Come al solito non riuscivo a farle capire ciò che realmente volevo dire.
La mia tendenza ad allontanare le situazioni che avrebbero in un modo o nell’altro stravolto la mia vita, mi portava inconsciamente a non prendere in considerazione determinati avvenimenti.
Stefania stava per continuare il suo discorso quando entrò Hitomi con due tazze di the fumante.
"Ho visto che di là ci sono dei biscotti, posso prenderli?" mi chiese.
Quel suo tono così rilassato mi fece pensare che fosse uno di famiglia.
Famiglia... possibile che avessi accettato di farlo venire da me soltanto perché non sopportavo l’idea di dover affrontare la mia nuova vita da sola? Allontanai quel pensiero e gustai il the.
"Ma tu sei nato in Italia?" gli chiese ad un tratto Stefania.
"No... sono nato a Tokyo... ma quando avevo sei anni sono venuto a Roma con mia madre... per questo parlo così bene l’italiano!" rispose Hitomi.
"Io sono una specie di maniaca del Giappone!" esclamai mentre portavo la mia tazza in cucina.
"Mi piacciono da impazzire i libri di Banana Yoshimoto e vado matta per i manga!" continuai mentre tornavo a sedermi sul divano.
Incredibile, quel tipo era venuto ad abitare in casa mia ed io gli stavo parlando come si può parlare con una persona appena conosciuta... però effettivamente non gli avevo ancora parlato della mia passione per il suo paese di nascita.
"Anche a me piace molto la Yoshimoto!" disse lui con un sorriso.
Parlammo del più e del meno fino a che Stefania non ci lasciò, poi Hitomi si chiuse in camera sua a sistemarsi per la notte.
Gli avevo lasciato quella che fino a quel momento era stata la stanza di mio fratello, a lui avevo già raccontato tutto e la cosa gli era sembrata così strana e divertente che era stato lui a chiedermi di lasciargli la sua stanza.
Mi andai a sedere al mio tavolo e cominciai a scarabocchiare un foglio; la notte si avvicinava e con essa si faceva avanti nella mia mente l’atroce dubbio di aver fatto una cosa insensata... estremamente insensata.
Sentii bussare alla porta.
"Avanti." Dissi.
"Scusami... potresti prestarmi uno shampoo, volevo darmi una lavata e mi sono accorto che non l’ho portato!" non appena vide il foglio scarabocchiato si avvicinò al tavolo e cominciò a toccare i segni che avevo fatto a casaccio con una penna biro.
Alzò lo sguardo su di me, dopo aver studiato per un po’ quei disegni; mi sembrava che la sua espressione si fosse incupita.
"Lo so che questa situazione è un po’ strana per te... ma ti assicuro che non ti creerò problemi!".
Io rimasi senza parole... per quale motivo mi aveva detto quelle cose?
Probabilmente aveva intuito che mi sentivo estremamente imbarazzata dal mio comportamento impacciato, ma cosa significava quel modo di guardare e di toccare i miei disegni? Aveva fatto la stessa cosa quando ci eravamo incontrati ed anche allora aveva detto qualcosa che riguardava il mio stato d’animo.
Mi accorsi che ero rimasta con la bocca aperta a guardarlo come se avessi avuto un’apparizione, così cercai di assumere un certo contegno e mi diressi in bagno per cercare lo shampoo. Glielo diedi e gli augurai la buonanotte. Hitomi mi afferrò una mano e mi trattenne.
"Ci sono molte cose che non conosciamo l’uno dell’altra... ma avremo tempo di parlare e di fare amicizia... comunque sappi che non sono un serial killer, né un maniaco... ho solo bisogno di cambiare radicalmente la mia vita!" pronunciò queste parole guardandomi diretto negli occhi ed io mi resi conto solo in quel momento di quanta tristezza trasmettesse il suo sguardo.
Nei giorni seguenti mi disse che il suo nome significava proprio sguardo, pensai che fosse il nome più azzeccato che avessi mai sentito.
Dopo un mese eravamo entrati abbastanza in confidenza, così pensai di chiedergli per quale motivo aveva deciso di andare a vivere per conto suo.
Eravamo seduti sul mio letto, nella mia stanza ed il videoregistratore stava riavvolgendo una videocassetta che avevamo affittato quella sera dato che nessuno dei due aveva in programma di uscire.
"Ti è mai successo di capire all’improvviso che qualcosa che hai sempre fatto, qualcosa che per te è un’abitudine è anche qualcosa di estremamente sbagliato?" mi chiese mentre assumeva una posizione più comoda sul letto.
In quel momento fui rapita dalla bellezza dei suoi lineamenti e dal colore della sua pelle.
Ma chi lo ha detto che i giapponesi sono gialli?
La sua pelle era di un colorito bruno... ed era molto liscia, talmente liscia che una volta gli chiesi se usava dei prodotti particolari per renderla così bella e lui, ridendo, mi aveva detto che quello era un dono della natura.
"Un altro?" avevo chiesto io riferendomi al suo fisico.
Lui non aveva capito ed aveva continuato a chiedermi per tutta la serata cosa avessi voluto dire.
"Mi stai ascoltando?" mi disse notando la mia aria assente.
"Scusami, stavo pensando ad altro!" gli risposi io, poi ripensando alla domanda che mi aveva fatto replicai: "Sinceramente io sono un tipo che si affeziona a tutto, anche alle abitudini... quindi continuerei a sbagliare piuttosto che cambiare!".
"Anche quando questa abitudine diventa un incubo?".
"Vuoi dire una specie di mania?" chiesi non riuscendo a capire dove volesse arrivare.
"No... non c’entrano nulla le manie!" mi rispose sdraiandosi sul letto.
"Io parlo di qualcosa che ti è stato imposto quasi con la forza, ma che alla fine entra a far parte della tua vita."
"Come la scuola!" risi io.
Hitomi si tirò su appoggiandosi su un gomito, non so se il paragone sia dei migliori, ma mi ricordò Paolina Borghese.
"Già, come la scuola... soltanto che quella ti è stata imposta per il tuo bene... io parlo di qualcosa che pian piano ti distrugge psicologicamente, qualcosa che lentamente, con il passare degli anni, con il sopraggiungere di una coscienza più matura, diventa sempre più inaccettabile... qualcosa che ti limita anche nei rapporti con gli altri.".
Aggrottai le sopracciglia, non era facile seguire il suo discorso, però in un certo senso avevo capito che, se ora Hitomi era lì a parlare con me ed a vivere sotto il mio stesso tetto, questo era dovuto al fatto che stava scappando da qualcosa... o da qualcuno.
"Scusami se non riesco ad essere più esauriente, ma prima o poi riuscirò a raccontarti, senza troppi giri di parole il motivo per cui me ne sono andato di casa." mormorò.
Tolsi la video cassetta dal videoregistratore e la riposi nella sua custodia.
"Non mi è piaciuto in maniera particolare questo film... a te come è sembrato?" chiesi per cambiare discorso.
Non ricevetti risposta, così mi girai e mi accorsi che Hitomi si era addormentato.
"Buona idea! E io adesso dove dormo?" commentai avvicinandomi a lui.
Solo allora mi accorsi che sulle sue guance c’erano due grosse lacrime.
"Ma allora stava piangendo mentre mi parlava?" pensai.
Provai un’immensa tenerezza, gli asciugai il viso e poi mi misi a dormire accanto a lui.
Ormai avevo capito che potevo fidarmi.

Finalmente, dopo mille titubanze, mi ero decisa a raccontare ai miei della mia convivenza con Hitomi e con mio grande stupore non fecero troppe storie.
"Sei sicura che non si tratti di qualche pazzoide o ladro o chissà che?" chiese mia madre mentre la facevo accomodare in casa.
"Smettila di fare tutte queste domande, ora lo conoscerai!" commentò mio padre.
Restarono tutti e due estremamente soddisfatti del mio coinquilino e se ne andarono più che sereni.
"Domani sarà una giornataccia in ufficio!" esclamai mentre sistemavo la cucina.
Hitomi era appoggiato alla credenza e non parlava, sembrava che qualche cosa lo stesse turbando.
"Cosa ti succede? Sono due giorni che non fai che tenere quel muso!" chiesi.
"Forse mi sono illuso di poter cambiare qualcosa che ormai non può essere cambiato!" mormorò senza alzare lo sguardo dal pavimento.
Io ero la persona meno adatta a convincerlo che si stava sbagliando, non conoscevo la sua situazione, quindi non avevo assolutamente modo di poter giudicare quella sua scelta di cambiare.
Anche se era poco tempo che ci conoscevamo avevo capito che era inutile mettersi a parlare con lui per cercare di tirarlo su, probabilmente si sarebbe infilato nella vasca da bagno per un po’, poi se avesse avuto bisogno di me sarebbe venuto lui a bussare alla mia stanza.
Finii di mettere a posto i piatti nella credenza, poi decisi di farmi un bel bagno ristoratore.

Hitomi era chiuso in bagno da un bel po’, così andai a bussare alla porta per sapere quanto tempo ancora sarebbe rimasto a mollo.
Non mi diede il tempo di parlare, aprì la porta ed uscì in una nuvola di vapore.
"Scusa ma mi sono addormentato!" mi disse fermandosi sulla porta.
Stava evitando accuratamente di guardarmi in faccia e la cosa era evidente.
Quella sera sembrava il ritratto dell’abbandono: non aveva le pantofole ai piedi ed aveva preferito arrotolarsi un asciugamano, peraltro cortissimo, in vita, piuttosto che prendere l’accappatoio che avevo lavato e che era steso fuori.
Senza dubbio non mi lamentai di quello spettacolo, ma quando mi accorsi che stava gocciolando per tutta casa, mi ripresi da quello stato di semi-adorazione e lo sgridai:
"Ma come ti salta in mente di non metterti le pantofole... guarda che cosa hai creato sul pavimento!".
Qualcuno suonò al campanello.
"Chi può essere a quest’ora?" mi chiesi mentre andavo ad aprire.
Hitomi continuò a rimanere fermo sulla porta del bagno, dopo aver sentito suonare alla porta aveva assunto un’aria ancora più tesa di prima.
"Scusa se ti disturbo a quest’ora!" esclamò Susy, una mia ex compagna di liceo, mentre entrava in casa.
"Per fortuna sono riuscita ad arrivare qui sotto!"
"Si può sapere che cosa hai combinato a quest’ora?" le chiesi preoccupata.
"Mi è finita la benzina!" rispose Susy.
Scoppiai a ridere.
"Anche a te sono tornate in mente le avventure che abbiamo vissuto a causa della mia macchina scassata, vero?" mi anticipò la mia amica mentre si sfilava la giacca di pelle.
"Rimani a dormire qui!" dissi immaginando una sua risposta positiva.
Solo allora mi resi conto che Hitomi era ancora lì, sulla porta del bagno, in piedi e, soprattutto, seminudo.
"Forse ti ho disturbata!" commentò Susy accorgendosi anche lei di quella presenza, per nulla sgradevole, ma piuttosto imbarazzante.
"Tu non hai ancora conosciuto Hitomi, è il mio coinquilino da un paio di mesi!" dissi per scaricare un po’ la tensione che si stava impadronendo di me.
"Si, mi ricordo che me ne avevi parlato!" rise Susy accorgendosi che quella situazione mi stava mettendo in difficoltà.
"Ti dispiace se vado in bagno un attimo?" chiese indicando il bagno di servizio.
"Figurati!" risposi.
Mi girai verso Hitomi e lo presi per un braccio trascinandolo nella sua stanza.
Lo spinsi a sedere sul letto, poi mi sedetti accanto a lui.
"Probabilmente non sono affari miei... ma vorrei che tu tentassi di reagire perché mi dispiace vedere che stai così!" gli dissi.
"Perché, noti qualche cosa di diverso nel mio comportamento?" mi rispose con aria assente.
"Allora stai bene!" esclamai cercando di ravvivare la situazione.
Mi alzai in piedi e mi misi di fronte ad Hitomi, poi avvicinai il mio viso al suo, stavo quasi per dargli un bacio sulla guancia quando lui mi spinse via.
Non era la prima volta che gli davo un semplice bacio sulla guancia e non aveva mai reagito in quel modo.
"Scusa... mi sono immischiata in faccende che non mi riguardano!" commentai.
Nonostante fossi rimasta molto scossa da quel modo di trattarmi, non riuscii ad andarmene da quella stanza.
Hitomi si era subito alzato dal letto e si era affacciato alla finestra.
"Te lo avevo detto... qualcosa che ti limita anche nei rapporti con gli altri!" mormorò.
Chissà se stava piangendo come la sera in cui aveva provato a spiegarmi da cosa stava fuggendo.
Capii che quello era il momento di andarmene.
"Preparo un po’ di the, lo vuoi?" chiesi uscendo dalla sua stanza.
"Mi vesto e vengo di là.".
Fu l’ultima delle risposte che avevo pensato di ricevere.
La sua voglia di cambiare, di cancellare il passato per ricominciare tutto dall’inizio si poteva intuire anche da questo suo modo di fare.
Reagiva alla tristezza, ma lo faceva solo con il corpo, la sua mente era sempre immersa nei suoi pensieri tristi, lo capivo dal suo sguardo.

Il giorno dopo si rivelò meno pesante del previsto, così uscii dall’ufficio prima della solita ora.
Guardai qualche negozio, poi mi avviai verso casa.
Rientrando mi sembrò di sentire delle voci, stavo per chiamare Hitomi quando mi fermai lungo il corridoio.
Quel corridoio era stato soprannominato da me e mio fratello il corridoio di 007, dato che una serie di quadri guardati da una certa angolazione, permetteva di vedere chiaramente ciò che accadeva proprio nella stanza di mio fratello.
In quel modo avevo scoperto che lui fumava.
Fu più forte di me, non potei evitare di guardare, mi era sembrato di sentire una voce femminile ed avevo pensato:
"Voglio vedere chi è la fortunata!".
Dal riflesso nel quadro vidi soltanto le spalle di Hitomi, coprivano l’altra figura che era in piedi davanti a lui, così non potei capire se si trattava di qualcuna delle amiche che mi aveva presentato.
Ad un tratto mi sembrò che si fosse accorto di me e mi irrigidii.
"Vattene." disse Hitomi, ma non ce l’aveva con me.
Di tutta risposta, vidi due mani minute che gli sfilavano la T-shirt.
Silenziosamente mi avvicinai alla porta ed uscii.
Mi vergognai un po’ di aver spiato, ma si sa che la curiosità è donna.
"Certo che sembrava proprio un manichino!" commentai mentre raccontavo l’accaduto a Stefania che mi aveva telefonato non appena avevo messo piede fuori casa.
"Sai che bella figura se il telefonino suonava mentre mi stavo impicciando dei fatti loro?" dissi scoppiando a ridere.
Invitai Stefania a cenare da me e la andai a prendere con il motorino.
Quando arrivammo sotto casa, preferii citofonare, nel caso non si fosse ancora conclusa la discussione filosofica della quale avevo seguito un breve tratto iniziale.

Hitomi venne ad aprirmi la porta.
Entrando, io e Stefania, non riuscimmo a mascherare un sorriso malizioso.
"Ti dispiace se ho qualcuno a cena?" mi chiese senza alcun entusiasmo.
"Non ci sono problemi, rimane anche Stefania." gli risposi stupita del suo umore.
Mentre cercavo di capire a cosa fosse dovuta tutta quella tensione che si respirava in casa, vidi chi era l’ospite di Hitomi.
Era una donna di circa quarant’anni, i suoi lineamenti orientali erano molto marcati e non mi era sembrata una gran bellezza, anche se, guardandola bene, notai che aveva un bel corpo, da far invidia ad una ventenne.
Non fu l’età che dimostrava la donna a lasciarmi senza parole, fu la presentazione di Hitomi che mi spaventò.
"Questa è mia madre!" aveva detto con noncuranza mentre si dirigeva in cucina.
Io e Stefania rimanemmo a guardarci come due ebeti, fino a che non giunsi ad una conclusione.
"Quella che c’era prima era la sua ragazza... poi lei se ne è andata ed è arrivata la madre!".
In fondo poteva essere più che possibile.
La donna non parlò per tutta la serata, continuava a squadrarci, sembrava che le nostre facce non le piacessero per nulla.
"A me non piace la tua, di faccia!" pensai quando, per l’ennesima volta incrociai il suo sguardo indagatore.
Forse cominciavo a capire per quale motivo Hitomi aveva cercato un’abitazione per conto suo.

L’odioso ospite se ne era andato.
Hitomi si lasciò cadere sul divano.
Stefania si fece accompagnare a casa quasi subito e quando tornai lo trovai ancora sul divano, perso nei suoi pensieri.
Presi un foglio e cominciai a fargli un ritratto, era un sacco di tempo che non mi cimentavo in una cosa del genere, ma il disegno risultò abbastanza somigliante.
Mentre la matita scorreva sul foglio, cominciai a pensare a ciò che era successo quel pomeriggio.
Possibile che la donna che avevo visto quel pomeriggio con lui... fosse la madre?
Mi sembrava così assurdo tutto ciò che, con un gesto di stizza, chiusi gli occhi e scossi la testa.
"Cosa ti prende?" mi disse Hitomi accorgendosi di quel movimento nervoso.
"Niente... pensavo che tua madre non ti somiglia per nulla!" buttai lì la prima cosa che mi passò per la testa.
Lui non mi rispose, si alzò e si venne a sedere accanto a me.
"Se voglio posso sapere cosa stavi pensando!" mi disse guardando il ritratto che avevo abbozzato sul foglio.
Con un moto spontaneo tolsi il disegno dal tavolo.
§"Pare che tu abbia qualcosa di strano questa sera!" commentò Hitomi.
Non capii nemmeno io per quale motivo avevo tolto quel foglio, ma mi sembrò la cosa giusta da fare, se volevo che lui non sapesse cosa avevo visto quel pomeriggio.
"Cerca di non essere ridicola!" mi dissi, poi feci vedere il disegno ad Hitomi.
Come al solito lo guardò, poi cominciò a sfiorare la figura e sembrò mettersi in ascolto.
Venni colta di sorpresa dalla sua reazione.
Gli scesero le lacrime, ma continuò ad accarezzare il foglio.
Mi guardò serio.
"Mi ero accorto che c’eri... o meglio, lo avevo sospettato." si limitò a dire questo.
Mi sentii una carogna, mi ero intrufolata nella sua vita privata per gioco e lui non si stava arrabbiando neanche un po’.
Da un certo punto di vista mi diede fastidio quel modo di sopportare gli errori degli altri, quel porgere l’altra guancia.
"Non hai nulla da dirmi?" gli chiesi.
"Non saprei da dove cominciare... forse sarebbe meglio se tu ti convincessi delle tue idee, senza che io debba spiegarti nulla." disse tornando a sedersi sul divano.
Gli stavo parlando ormai convinta che lui sapesse tutto ciò che avevo pensato di lui e della sua strana madre, ma in realtà non gli avevo detto nulla.
Con Hitomi era quasi impossibile cercare di capire, dovevi seguire la sua corrente e non indagare.
Era inutile sforzarsi per comprendere come faceva a sapere ciò che avevo visto e ciò che avevo pensato... lo sapeva e basta.
"Quella non è mia madre!" esclamò dopo una lunga pausa.
"Sei stato tu a presentarla come tale." gli risposi.
Mi sentii sollevata nel sentirgli dire che quella non era sua madre, in quel momento non mi interessava più nessuna spiegazione, ma lui continuò.
"Lei è la mia tutrice... sono venuto in Italia con lei e si è sempre fatta chiamare mamma, per me è normale presentarla così... se tu non avessi visto nulla oggi pomeriggio, avresti creduto tranquillamente che si trattava di mia madre e basta!".
"Mi sembri grandicello per avere ancora bisogno di una tutrice!" commentai.
Capii che la conversazione sarebbe andata avanti a lungo, così gli proposi un the in camera mia, dove c’era anche lo stereo.
Hitomi accettò di buon grado e mi sembrò sollevato dal mio modo di fare tranquillo, così si alzò e mi aiutò a preparare il the.
Quando fummo in camera mia accesi la radio e la sintonizzai su Radio Subasio, poi mi accomodai sul letto. Hitomi si sedette accanto a me.

"Come sai sono arrivato a Roma quando avevo sei anni... mia madre e mio padre erano morti da un anno in un incidente stradale e Mariko aveva deciso che si sarebbe presa cura di me, andando contro tutto e tutti. Probabilmente mi rapì, io non ricordo molte cose di quel periodo, però ho ben presente l’immagine dei miei nonni che la cacciavano di casa o che la allontanavano da me quando lei tentava di parlarmi... io mi fidavo ciecamente di Mariko, tanto che i miei nonni scivolarono presto via dai miei pensieri. Mi portò qui in Italia perché era il paese che adorava; Roma era al centro dei discorsi che faceva con mia madre... erano molto amiche, fin dai tempi del liceo. Mariko era un genio nel campo della moda e riuscì a farsi strada come stilista, non aveva grandi aspirazioni, si accontentò di creare modelli per altri... nomi importanti chiesero la sua collaborazione e da allora i soldi non furono un problema per noi. Frequentare ambienti poco puliti ti fa diventare poco pulito a tua volta... Mariko aveva solo vent’anni quando arrivammo qui, aveva anche voglia di vivere come una della sua età, ma sbagliò compagnie e si trasformò totalmente. Io non mi accorsi più di tanto di questo cambiamento... fino a che non cominciò a comportarsi in maniera strana... avevo sedici anni, mi pare. Una sera rientrai tardi, ero uscito con un po’ di amici e non mi ero accorto che il tempo era passato velocemente. Ritrovai Mariko seduta sul divano, completamente ubriaca. Mi disse che io non le volevo più bene. Mi sedetti accanto a lei e tentai di rassicurarla, io non la avrei mai abbandonata. Mentre parlavo la guardavo negli occhi cercando di farle capire che ero sincero... lei si avvicinò improvvisamente e mi baciò... non fu un bacio innocente, come quelli che si scambiano madre e figlio, fu una cosa... non so come dire... in un certo senso sporca. Tentai di allontanarmi, ma Mariko mi aveva praticamente intrappolato su quel divano. Mi disse che io e lei eravamo legati da qualcosa di più che dal semplice affetto. Dopo quel bacio la situazione degenerò e mi ritrovai ad essere l’amante di una donna che per abitudine ormai, chiamavo mamma. Ogni volta che mi trovavo solo in casa con lei, o anche quando ero nella doccia, nella vasca da bagno e sapevo che Mariko era in casa, avevo il terrore di ciò che lei potesse fare... ancora oggi, quando vedo le sue mani avvicinarsi, vorrei sparire, vorrei che il mio corpo diventasse inconsistente. Un paio di anni fa le feci un lungo discorso, tentai di spiegarle che la mia vita stava diventando un inferno a causa sua, ma scoppiò in lacrime, come al solito cominciò con i suoi ricatti morali e mi chiese di fare l’amore con lei almeno quella volta... sarebbe stata l’ultima. I nostri rapporti si raffreddarono, Mariko non voleva più neanche pranzare con me, mi rese la vita un inferno, peggio di prima... quando, dopo qualche tempo, la vidi entrare nella mia stanza e sentii le sue labbra sulla mia pelle, mi sentii quasi risollevato. Le cose sono andate avanti così fino a che non sono venuto a vivere da te! In questi due mesi mi sono sentito rivivere... fino a che Mariko non ha trovato il mio nuovo indirizzo... era da quattro giorni che la vedevo girare qui sotto, sono riuscito ad evitarla, fino a che, oggi, non mi ha colto alla sprovvista e le ho dovuto aprire!".

La storia di Hitomi mi aveva lasciata senza parole.
Eravamo seduti uno di fronte all’altra, con le gambe incrociate, le tazze con il the poggiate sul letto vicino ai nostri piedi.
Lui guardava in basso, le sue mani non smettevano di giocherellare con un lembo del lenzuolo.
Un’esperienza simile doveva essere terribile; si era trovato ad un tratto in un paese che non era il suo, con una persona che aveva approfittato della sua fiducia che non si era fatta scrupoli nel creargli mille problemi esistenziali.
Tra me e lui c’era una differenza sostanziale: io non volevo lasciare i miei ricordi perché mi rassicuravano, lui li voleva lasciare perché lo spaventavano... eppure eravamo due esseri umani, con gli stessi organi interni, con le stesse potenzialità intellettive... così simili e così diversi.
Non sapevo come comportarmi, qualsiasi cosa avessi detto, sarebbe stata inutile.
Tesi le mani verso il suo viso e lui si allontanò istintivamente, poi mi guardò negli occhi e non si oppose.
Presi il suo bel viso tra le mani e gli diedi un bacio sulle labbra.
Probabilmente era quel tipo di baci che lui avrebbe desiderato ricevere dalla donna che chiamava mamma.
Baci pieni di affetto e di tenerezza, baci semplici che non richiedevano un motivo particolare per essere dati.
Mi abbracciò forte, tanto forte da togliermi il fiato.
Non parlammo più di nulla, ci sdraiammo tutti e due sul mio letto, spensi la luce e mi accoccolai vicino a lui.
Dopo un paio d’ore mi risvegliai.
Hitomi non dormiva, ma non si era mosso dal letto.
"Avevo paura di svegliarti!" mi disse.
"Pensavo che non avrei mai raccontato la mia storia a nessuno!" esclamò dopo qualche minuto.
"Sono contenta che ti sia aperto proprio con me!" gli risposi.
"Ieri mi volevo tagliare le vene!" esordì.
"Per fortuna non l’hai fatto." dissi.
Riuscii a mantenere quella freddezza solo grazie al sonno che si stava impadronendo di me, in una situazione normale e ragionando lucidamente, mi sarei arrabbiata con Hitomi.
"Per fortuna che ci sei tu." mormorò.

Mi svegliai molto tardi. Trovai un biglietto di Hitomi sul tavolo: Sono uscito per lavoro. Tornerò per l’ora di pranzo!
Era sabato, non dovevo andare a lavorare, così decisi di poltrire ancora per qualche minuto nel mio letto.
Feci mente locale e mi ricordai di tutte le cose che mi aveva raccontato Hitomi.
Provavo uno strano sentimento nei confronti di Mariko. Doveva essere una donna profondamente infelice... probabilmente Hitomi era l’unico appiglio che le rimaneva. In un certo senso la legava al suo passato, alle sue radici; forse, come me, era un tipo che non accettava i cambiamenti, era stata travolta dagli eventi ed Hitomi era stato l’unico punto fermo da quando si era ritrovata in un paese straniero. Non sopportando l’idea che, prima o poi lui la avrebbe lasciata, aveva cercato un altro modo per legarlo a lei... ma aveva sbagliato tutto.
Suonarono alla porta. Andai a d aprire e trovai proprio Mariko davanti a me.
"Cercavo Hitomi!" disse con aria scocciata, probabilmente non le ero simpatica.
"E’ uscito per lavoro!" le risposi tralasciando il fatto che sarebbe tornato a pranzo.
"Voi due state insieme?" esordì mentre entrava in casa.
"Assolutamente no, gli ho semplicemente affittato una stanza!" quel suo modo di fare mi stava facendo perdere la pazienza.
"Allora le consiglio di lasciarlo perdere... lui deve tornare a casa!" pronunciò quelle parole con un tono autoritario che trovai fuori luogo.
"Penso che debba essere lui a decidere!" le risposi cominciando ad alterarmi.
Si girò verso di me e mi lanciò un’occhiata gelida: "Lei non ha idea di quale legame mi unisca a lui!".
"Lei è sua madre! Oltre a questo non credo che vi siano altre cose che vi leghino!" commentai fingendo di non conoscere la loro storia.
"No... io non sono solo la madre... sono la sua donna... io posso essere tutto per Hitomi." Scoppiò a ridere. "Tu non sai di che cosa posso essere capace, pur di far ritornare Htomi da me!".
Nonostante l’aggressività mi fece pena; era una donna finita, la sua mente era ormai prigioniera di un’ossessione.
"Gli dica che l’ho cercato!" mi sibilò mentre usciva dal mio appartamento.

Hitomi tornò verso le due ed io non gli dissi nulla della visita di Mariko.
Trovò alcuni scarabocchi su di un blocchetto per gli appunti, capì e venne subito a chiedermi cosa fosse venuta a fare. Cercai di mentire, gli dissi che credeva di aver dimenticato qualcosa il giorno prima... ma fu inutile, dovetti dirgli del discorso che aveva fatto. Il suo umore mutò completamente. Pensai che ce l’aveva con me perché non gli avevo detto nulla, ma non era così.
"Dovrò tornare da lei... non mi darà pace fino a che non rientrerò a casa!" mormorò mentre si sedeva su una sedia in cucina.
"Se vuoi veramente cambiare la tua vita non puoi cedere così presto!" gli dissi.
"In questo modo ti causerei solo guai!" rispose pensieroso.
"A me non stai causando nessun guaio!" non volevo che se ne andasse, stavo bene con lui e non mi andava di tornare a vivere da sola.
Verso le quattro uscii di casa, avevo un appuntamento con Stefania e Susy. Presi la macchina e mi diressi verso casa di Susy. Dopo aver fatto qualche chilometro mi accorsi che una macchina mi stava seguendo. Pensai che probabilmente avevo letto troppi libri gialli in quel periodo, ma la mia sensazione si faceva sempre più forte. Arrivai a casa di Susy e scesi la rampa del cortile con la mia macchina, parcheggiai e scesi. Non c’erano dubbi, mi stavano seguendo. La macchina era una Bravo nera, si era fermata all’inizio della rampa. Mi stupii del mio sangue freddo, finsi di non essermene accorta ed andai a citofonare alla mia amica. Non dissi nulla a Susy e Stefania, sarebbe stato stupido farle preoccupare.
Per tutto il pomeriggio, la Bravo continuò a pedinarmi.

Mentre tornavo a casa cominciai a realizzare che non ero al sicuro; i battiti del mio cuore aumentavano man mano che mi avvicinavo a casa, la macchina nera continuava a seguirmi, cominciai a fissare lo specchietto retrovisore con la speranza che, da un momento all’altro, la Bravo, girasse liberandomi da quell’incubo. Mi seguì fino a che non arrivai davanti al mio box. Fui incosciente fino alla fine. Scesi dalla mia automobile per andare ad aprire la saracinesca, cercando di ignorare i fari della macchina dietro di me che mi illuminavano minacciosi. Scesero due tipi. Quando sentii che si trovavano dietro di me ero ormai totalmente accecata dal panico.
Improvvisamente qualcuno mi colpì violentemente sulla schiena, all’altezza dei reni. Fu un dolore terribile, caddi a terra lanciando un grido strozzato. Uno dei due tipi mi ritirò su e mi guardò in viso.
"Non è nulla di personale, probabilmente sei anche simpatica!" commentò prima di colpirmi con violenza in piena faccia. Sentii il flusso caldo del sangue che cominciò ad uscirmi dal naso, in bocca sentii il suo strano sapore.
"Non ho mai capito di che cosa sappia il sangue!" pensai mentre qualcuno mi colpiva nuovamente, questa volta nello stomaco.
Caddi nuovamente per terra e mi rannicchiai in attesa di qualche calcio, ma i due tipi salirono in macchina e vidi i fari che si allontanavano. Mi sentivo pesante, troppo pesante... per un attimo fui convinta che avrei passato la notte stesa lì per terra. Poi raccolsi tutte le forze residue e mi tirai su e mi appoggiai al cofano della mia macchina. Sentii che il mio telefonino squillava, ma non ebbi la forza di rispondere. Salii in macchina e, non so come, parcheggiai nel box. Non mi ero guardata in faccia, ma immaginavo che non si doveva trattare di uno spettacolo piacevole. Arrivai per miracolo davanti alla porta del mio appartamento e suonai. Non venne nessuno ad aprire, così cominciai a cercare le chiavi e, finalmente entrai in casa. La porta non era chiusa, quindi in casa ci doveva essere qualcuno. Mi trascinai fino alla porta della stanza di Hitomi.
C’era Mariko.
Riuscii a realizzare solo che lei era lì, poi caddi a terra.
Riaprii gli occhi con estrema fatica, sentivo che il mio naso era indolenzito ed avevo una fitta allo stomaco.  Vidi Hitomi di spalle... indossava solo un paio di jeans. Accanto a lui c’era Mariko, aveva una sottoveste di raso; mi accorsi che piangeva. Nessuno dei due si era accorto che mi ero svegliata... o forse Mariko se ne era accorta. Lo spinse a sedere sul letto dove ero sdraiata e lo baciò.
Capii che cosa aveva voluto dire Hitomi quando mi aveva descritto il primo bacio che gli aveva dato: sporco. Lui sembrava non avesse vita, stava subendo quella situazione come se non lo riguardasse. Finì sdraiato , quasi accanto a me, mentre lei continuava a baciarlo... a toccarlo...
Hitomi rimase steso sul letto, senza muoversi, con lo sguardo perso nel vuoto.
Io non riuscivo a muovermi, tantomeno a parlare, e rimasi anche io immobile sul letto finché non sentii il rumore della porta che si chiudeva.
Hitomi stava piangendo... non si trattava di quel pianto silenzioso al quale avevo già assistito, questa volta stava singhiozzando con una violenza che mi spaventò.
Dalla mia posizione, riuscivo a scorgere a malapena il suo viso, quindi, con non poco dolore, mi tirai su a sedere. Notai che la mia maglietta di cotone era irrimediabilmente sporca di sangue.
Hitomi si nascose il viso tra le mani, mentre il suo corpo continuava ad essere scosso da violenti singhiozzi.
Non sapevo cosa fare, le mie orecchie fischiavano e la mia testa sembrava pesare il triplo del mio corpo, sentivo che il mio equilibrio era messo a dura prova da quel tentativo di rimanere seduta.
Improvvisamente il buio mi circondò.
"Mi dispiace, ma non posso consolarti." pensai prima di svenire.

Mi risvegliai tra le braccia di Hitomi.
"Elisa!" la sua voce era nasale, come di chi ha pianto a dirotto per un bel po’.
"Presente!" risposi... riuscivo nuovamente a parlare.
"Scusami!" mormorò.
"Perché, li hai pagati tu quelli che mi hanno menata?" dissi.
"E’ pazza, ha perso anche quel minimo di ragione che le era rimasta... non la riconosco più, nemmeno il suo viso è più lo stesso." parlava sottovoce.
"Forse è il caso che ti porti al Pronto Soccorso!" esclamò alzandosi.
"Non serve... mi sento meglio!"
"Potresti avere il naso rotto."
"Il mio naso sta bene... mi devi solo accompagnare al bagno, così mi lavo la faccia!" sentivo che il sangue si era rappreso e mi tirava la pelle del viso.
Hitomi mi accompagnò davanti allo specchio e lì mi resi conto di ciò che mi avevano fatto.
Avevo il naso gonfio e viola, il mio labbro superiore era tumefatto ed una grossa spaccatura rossa lo attraversava.
Quella volta fui io a scoppiare in lacrime.
Mi resi conto improvvisamente che ero stata assalita... ero stata picchiata... tutto questo mentre gli altri, le persone che mi conoscevano, Stefania, Susy, erano lontani e non potevano sapere quanto potessi avere bisogno di loro in quel momento.
Mentre piangevo il mio naso pulsava provocandomi un immenso dolore.
Hitomi prese la mia testa e se la appoggiò sul petto, riuscivo a sentire il suo cuore che batteva e quel battito costante ed, in un certo senso, caldo, mi calmò; il contatto del mio viso con la sua pelle bruna e profumata mi trasmise un gran senso di protezione.
Probabilmente svenni di nuovo, perché mi ritrovai nel mio letto, con il pigiama, senza ricordarmi assolutamente quando mi fossi cambiata e quando mi fossi infilata nel letto.
Ad un tratto fui assalita dal panico: dov’era Hitomi? Ciò che era successo poteva averlo convinto che doveva andarsene... ma io non volevo.

Lo chiamai più volte, ero quasi convinta che se ne fosse andato, quando lo vidi entrare in camera mia con la borsa del ghiaccio in mano.
"Questa è per il tuo naso!" esclamò porgendomela.
Si era messo un paio di pantaloncini ciclisti ed una t-shirt.
Mi apparve davanti agli occhi ciò che era successo mentre io ero stesa sul suo letto e nessuno si era accorto che ero sveglia.
"Perché non reagisci quando ti usa in quel modo?" gli chiesi.
"Lo ha sempre fatto e all’inizio non mi dispiaceva neanche tanto... probabilmente è anche colpa mia se siamo arrivati a questo punto!"
"Il fatto che non ti dispiacesse all’inizio, non significa nulla... avevi sedici anni! Quel che importa ora è il fatto che non sei più disposto a stare al suo gioco."
"Elisa, se io dovessi reagire, immagino che non risponderei più in maniera razionale delle mie azioni e... farei qualcosa di insensato!" Hitomi si prese il viso tra le mani e rimase così, seduto sul mio letto, con i gomiti puntati sulle cosce.
"Dormi qui?" gli chiesi.
"Il mio letto è fradicio!" rispose.
Scoppiammo a ridere tutti e due.
"Ho sporcato tutto, anche i vestiti di Mariko!" dissi continuando a ridere.
"Sei stata grandiosa!" commentò Hitomi ridendo a sua volta.
No, non se ne sarebbe andato dalla mia casa e certamente avremmo trovato una soluzione per il futuro, un futuro insieme.

(Francesca)

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